Residenza breve per turisti

Una bara color fucsia è arrivata a Ca’ Farsetti. Avevo cercato la notizia sulle emittenti nazionali senza successo; ne dà notizia la BBC, dal momento che per molti britannici Venezia centro storico, è una seconda patria e tutto quello che succede qui è seguito con interesse. Ricordo il documentario in 4 puntate ‘Francesco’s Venice’ che l’emittente britannica ha trasmesso due anni fa, in cui un veneziano autentico Francesco Da Mosto, con madre siciliana peraltro, illustra la storia di Venezia dall’inizio, dando informazioni storiche che molti residenti hanno forse dimenticato. Il servizio di domenica mattina sul ‘funerale di Venezia’ è il frutto di anni di polemiche che nascono e si sviluppano quando i cittadini non si sentono tutelati. Che a Venezia centro storico ci siano pochissimi veneziani è un dato di fatto non recente. Sono almeno 40 anni che si sente la stessa solfa, puntualmente quando si cerca di ripopolare Venezia con studenti universitari. Io stessa, come molti altri veneziani, sono figlia di un veneziano, ma il nonno proveniva da Annone Veneto. Alla fine dell’Ottocento si assiste a una grande migrazione di veneti che dalla campagna venivano a Venezia per lavorare e risiedervi. Nel 1879 c’erano in centro storico 131.276 residenti, forse anche molti di più, dal momento che le procedure per i censimenti erano molto primitive. Venezia garantiva lavoro e abitazioni più moderne rispetto alle case coloniche. Negli ultimi anni abbiamo assistito al fenomeno inverso, i veneziani vanno verso l’entroterra, attirati da case nuove e migliori servizi. Venezia svuotata è sempre più in balìa del turismo. Si potrebbe istituire la ‘residenza breve’ per i turisti, oraria o giornaliera. Permetterebbe di conoscere l’effettivo numero di visitatori, si parla di 20 milioni o più all’anno; darebbe vantaggi a tutti, prima di tutto ci sarebbero strutture sanitarie confacenti a una popolazione giornaliera reale di 500 mila abitanti, con punti di pronto soccorso in tutti i sestieri, isole e anche a Mestre. All’Ospedale Civile si possono aspettare anche 7 ore per un taglio o frattura! Altri potrebbero essere i vantaggi per Venezia, con la ‘residenza breve’: basta pensarci.

Sfuggire Venezia, fuggire da Venezia

“Sfuggire Venezia”, “fuggire da Venezia”. Il negativo di quello che accade quotidianamente, con le orde dei foresti che arrivano e s’impossessano del territorio. Giocando agli autoscontri con gli indigeni: con i trolley che ti percorrono le scarpe, gli zainetti che ti impattano lateralmente destabilizzandoti, con le frenate brusche davanti alle vetrine che ti obbligano al contatto fisico, al tamponamento. Soprattutto negli incroci, dove, a Venezia, la calletta stretta ti porterebbe allo slargo improvviso del campo, o, peggio, dove dal campo, per procedere, magari per raggiungere il luogo di lavoro, devi invece imboccarla quella calletta stretta tappata dei foresti e dalla loro strumentazione turistica. Sapendolo perfino a qualcuno di loro verrebbe da “sfuggire Venezia”, accontentandosi di vederla riprodotta nel milione di modi con cui, da sempre, la si trova effigiata. Mentre qualche volta è all’indigeno che verrebbe da “fuggire da Venezia”. Verrebbe da lasciare questo unicum irripetibile che viene ormai quotidianamente consumato da intensi e fastidiosi agenti esterni. Ma poi succede ancora che qualcuno riesca a scrollarsi di dosso il senso di fastidio e si soffermi ad osservare. E magari fissi lo sguardo constatando che poi non è proprio tutto così. Vedendo che dal fondo di una calle continua ad arrivare un raggio di luce, quella luce che qui pare magica. Perché non è vero che i grattaceli naviganti percorrono sempre i canali otturando la visione in prospettiva; perché non è vero che le guide turistiche accompagnino sempre i loro gruppi tra le “fodre”, in quelle callette poco battute che l’indigeno utilizza per sfuggire alle orde dei foresti; perché non è vero che l’indigeno necessariamente frettoloso sbatta e venga sempre respinto come una pallina in un flipper, da gruppi e comitive. Anzi. Se c’è una speranza è proprio nel flipper che non c’è più… ovvero nei derivati tecnologici che hanno perfezionato, individualizzandolo con il “fai-da-te”, l’utilizzo dei “gioconi”. La speranza sono i tablet, gli smartphone, i cellularcomputer che indicano luoghi e percorsi e che potrebbero, mentre conducono per strada, ricevere inviti e/o disposizioni per non compromettere i luoghi visitati e non interferire nella vita degli indigeni. C’è una rete invisibile perché ben collocata e quindi impercettibile che emana i segnali che in breve potrebbero ripristinare nella città serenissima il vivere a misura d’uomo e non di turista.