Sfuggire Venezia, fuggire da Venezia

“Sfuggire Venezia”, “fuggire da Venezia”. Il negativo di quello che accade quotidianamente, con le orde dei foresti che arrivano e s’impossessano del territorio. Giocando agli autoscontri con gli indigeni: con i trolley che ti percorrono le scarpe, gli zainetti che ti impattano lateralmente destabilizzandoti, con le frenate brusche davanti alle vetrine che ti obbligano al contatto fisico, al tamponamento. Soprattutto negli incroci, dove, a Venezia, la calletta stretta ti porterebbe allo slargo improvviso del campo, o, peggio, dove dal campo, per procedere, magari per raggiungere il luogo di lavoro, devi invece imboccarla quella calletta stretta tappata dei foresti e dalla loro strumentazione turistica. Sapendolo perfino a qualcuno di loro verrebbe da “sfuggire Venezia”, accontentandosi di vederla riprodotta nel milione di modi con cui, da sempre, la si trova effigiata. Mentre qualche volta è all’indigeno che verrebbe da “fuggire da Venezia”. Verrebbe da lasciare questo unicum irripetibile che viene ormai quotidianamente consumato da intensi e fastidiosi agenti esterni. Ma poi succede ancora che qualcuno riesca a scrollarsi di dosso il senso di fastidio e si soffermi ad osservare. E magari fissi lo sguardo constatando che poi non è proprio tutto così. Vedendo che dal fondo di una calle continua ad arrivare un raggio di luce, quella luce che qui pare magica. Perché non è vero che i grattaceli naviganti percorrono sempre i canali otturando la visione in prospettiva; perché non è vero che le guide turistiche accompagnino sempre i loro gruppi tra le “fodre”, in quelle callette poco battute che l’indigeno utilizza per sfuggire alle orde dei foresti; perché non è vero che l’indigeno necessariamente frettoloso sbatta e venga sempre respinto come una pallina in un flipper, da gruppi e comitive. Anzi. Se c’è una speranza è proprio nel flipper che non c’è più… ovvero nei derivati tecnologici che hanno perfezionato, individualizzandolo con il “fai-da-te”, l’utilizzo dei “gioconi”. La speranza sono i tablet, gli smartphone, i cellularcomputer che indicano luoghi e percorsi e che potrebbero, mentre conducono per strada, ricevere inviti e/o disposizioni per non compromettere i luoghi visitati e non interferire nella vita degli indigeni. C’è una rete invisibile perché ben collocata e quindi impercettibile che emana i segnali che in breve potrebbero ripristinare nella città serenissima il vivere a misura d’uomo e non di turista.

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